

“Uccidono la Madre, la Madre Gange!”
Questa l’intima, drammatica emozione che le centinaia di milioni di abitanti della pianura gangetica e l’intera comunità induista del mondo, provano alla notizia dei mastodontici progetti idroelettrici che coinvolgono tutto il corso dell’alto Gange, particolarmente il ramo Bhaghirati, sacro a Shiva e Vishnu, fulcro di una cultura e di una fede millenaria.
O almeno, questa sarebbe la loro emozione, il loro sdegno!, alla notizia.
Ma questa notizia non giunge loro. O giunge parziale, giustificata e depotenziata.
Il governo federale indiano, come tutti i governi, è abile a parlare di sviluppo, della necessità di supportare la crescita economica con la produzione di energia. E come ogni governo, naturalmente, è pronto a ponderare severamente di localismi, di estremismi, del bene per la maggioranza, dei necessari sacrifici.
Ma il fatto rimane: dieci dighe enormi, spesso inutili e mal progettate, sempre mal realizzate, che entrano come un pugno nel già fragilissimo ecosistema Himalayano, ecosistema complesso per ragioni sociali, morfologiche e idrogeologiche, oltre che per l’immenso valore religioso e culturale che riveste per la più antica civiltà del mondo.
Come sempre, per chi ha il distacco emotivo di analizzare la situazione dall’esterno, la caratteristica che più colpisce in questi eventi, che sono veri e propri drammi per comunità di decine e centinaia di migliaia di persone, è la pacchiana inefficienza dei progetti stessi, che si vogliono imporre come essenziali, al prezzo di sconvolgimenti ecologici e culturali malamente e frettolosamente valutati.
Varie delle dighe già realizzate in quella zona, per esempio, devono lavorare sempre a meno della metà dei loro potenziali produttivi a causa della periodica siccità che riduce fortemente i flussi idrici, nella stagione secca, ed a causa delle piogge torrenziali che portano enormi quantità di limo a intasare le condutture forzate delle dighe, durante i monsoni.
In altre parole, qualcuno ha fatto un atroce pasticcio in fase di progetto. E chiaramente, invece di limitare il danno lo si moltiplica per dieci!
Nessuno si ferma a pensare che le imprese europee che costruiscono queste dighe non hanno né le competenze per valutare gli impatti socio-culturali e neppure l’intenzione di evitarli, molto spesso, quando questi vengono resi noti dalle popolazioni inferocite.
Business is business! “Abbattere i costi” è la nostra religione, dear!
Con un po’ di maquillage in fase di comunicazione si può sempre vendere un disastro per un successo. Tanto i pastori himalayani non hanno neppure il telefono! Le loro proteste le devono inoltrare per posta ordinaria! Posta indiana!
Le multinazionali del cemento già tremano…
La corruzione endemica che si respira negli ambiti decisionali, poi, scongiura il rischio che appalti e commesse miliardarie possano sfumare per le bizze astiose di quattro villani e di qualche santone inacidito!

Intere comunità hanno perso la loro autosussistenza alimentare ed economica, legata ai ritmi della pastorizia e della coltivazione del riso. Molti villaggi sono improvvisamente senza acqua potabile, il fiume che era al centro del bioquilibrio è improvvisamente diventato un lago stagnante che rigurgita carogne di animali e vegetazione putrescente.
Intere estensioni di coltivazioni del riso, la base dell’alimentazione e il fulcro dell’economia Himalayana, si sono insterilite per le assurde, spropositate quantità di cemento di scarto buttato semplicemente nel fiume o nei suoi affluenti, come sistema low-cost di smaltimento “all’occidentale”.
Ma è idroelettrico! È ecologico!
Un ingegnere con cui ho parlato, in merito a questa serie di progetti, difendeva con giusti argomenti l’economicità e la qualità della produzione di energia idroelettrica.
Bene, evviva l’energia idroelettrica! Non ho proprio nulla da dire tranne…ma serve?
Certo, l’economia in crescita mangia elettricità. Ma le immense distese del Rajastan assolate e prive quasi di coltivazioni? Le enormi pianure ventilate del Delta? Gli stessi rami minori del Gange? Solare, eolico e idroelettrico possono bastare ampiamente se ricevono investimenti sufficienti in ricerca e sviluppo commerciale. Senza contare che sono disponibili ormai da decenni! (ma ahimè inutilizzate anche da noi spesso!), semplici tecnologie per diminuire fino quasi a dimezzare l’utilizzo di energia, sia in ambito industriale che domestico. 
Insomma, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Non si vuol sentire chi dice che il libero flusso del gange è essenziale all’equilibrio di un ecosistema di 500 milioni di persone, buona parte delle quali sopravvivono dei prodotti della terra, della pastorizia, dell’intenso pellegrinaggio spirituale lungo tutto l’immenso corso del fiume. Non si vuole sentire le analisi del rapido impoverimento della pianura privata dalla ricorrenti alluvioni di limo fertile. I rapporti sull’aumentata instabilità delle abitazioni e delle montagne, a causa dei bacini di invaso delle dighe, nella più grande zona sismica del mondo, dove gli sciami di micro-scosse sono all’ordine del giorno. Non si vuole buttare un occhio sul lungo elenco di specie uniche che si estingueranno in pochi anni, a causa di questo progetto, dall’orso bruno asiatico alla trota delle nevi.
Si fa finta di non comprendere la portata del rifiuto degli abitanti dei villaggi intorno alle dighe già costruite di utilizzare l’acqua del Gange, come è tradizione, nelle cerimonie religiose.
L’acqua che pulisce dai peccati, le cui proprietà i testi sacri dell’induismo esaltano come spirituali, il simbolo per antonomasia della purezza, ricorrente in tutti i grandi poemi religiosi indiani, è inquinata al punto da non poter essere bevuta nè usata per lavarsi.
Certo non può essere offerta nelle cerimonie. I figli rifiutano la Madre, con un aperto senso di lutto.
Ora la Madre India, la rosa nel giardino delle Nazioni, il cuore della spiritualità, l’unica nazione dove tutte le religioni sono approdate e nessuna è mai stata perseguitata, il laboratorio della non-violenza politica, la più grande democrazia del mondo, deve giocare questa partita con se stessa:
può affondare decisamente il coltello neoliberista, che ha già conficcato nel petto e che già sfiora il cuore della sua fede, della sua identità, per ragioni economiche e politiche che non possono non essere sbagliate, che già adesso si sono dimostrate sbagliate, infondate, in malafede.
Oppure può, con umiltà, con pazienza, con rabbia, con gioia, con tutta la forza che la solo fede e la disperazione possono produrre quando si mischiano insieme, cominciare a ricostruirsi intorno ai suoi simboli più profondi.
Ricostruire, l’India lo sa bene, significa prima di tutto non distruggere.
Non uccidere la propria Madre.
“se costringeranno la Madre Gange ad andare sotto terra, sarà là che io la seguirò.”
- una vecchia in un villaggio Himalayano-
Sono rimasta sgomenta. Uccidiamo la Madre e ce la mangiamo.
Com’è possibile che viviamo ormai di distruzione? Com’è possibile che
non vediamo quello che facciamo? Com’è possibile che il pianeta sia
finito nelle mani di pochi folli che lo stanno distruggendo? Perché?
Quali sono le nostre personali responsabilità? Noi siamo presenti o no?
Ci siamo?
Chi siamo noi e chi sono loro?
Certo non pretendo che qualcuno possa rispondere, certo anche che siamo
in lutto per Madre Ganga, per Madre terra, per Madre Acqua e per Madre
Aria. Cosa possiamo fare per portare un po’ di luce in questa notte
oscura di follia? Mi sento impotente da sola ma so che non sono l’unica
ad avvertire che siamo in pericolo e che dobbiamo assolutamente e
urgentemente fare qualcosa. Pensiamoci insieme e non disperdiamoci nella
banalità quotidiana che è la grande droga dell’uomo occidentale e ci
offusca la vista da troppo tempo ormai.
Da: erminia castellucci su 9 luglio 2010
alle 11:01 am
Sono rimasta sgomenta. Uccidiamo la Madre e ce la mangiamo. Com’è possibile che viviamo ormai di distruzione? Com’è possibile che non vediamo quello che facciamo? Com’è possibile che il pianeta sia finito nelle mani di pochi folli che lo stanno distruggendo? Perché? Quali sono le nostre personali responsabilità? Noi siamo presenti o no? Ci siamo?
Chi siamo noi e chi sono loro?
Certo non pretendo che qualcuno possa rispondere, certo anche che siamo in lutto per Madre Ganga, per Madre terra, per Madre Acqua e per Madre Aria. Cosa possiamo fare per portare un po’ di luce in questa notte oscura di follia? Mi sento impotente da sola ma so che non sono l’unica ad avvertire che siamo in pericolo e che dobbiamo assolutamente e urgentemente fare qualcosa. Pensiamoci insieme e non disperdiamoci nella banalità quotidiana che è la grande droga dell’uomo occidentale e ci offusca la vista da troppo tempo ormai.
Da: erminia castellucci su 9 luglio 2010
alle 11:03 am
hai veramente ragionee…..concordo pienamente con te ed anzi continuo a chiedermi come facciano molte persone a non accorgersi della catastrofe ambientale a cui andiamo incontro…..continuando a vivere inquinando l’ambiente e distruggendo i vari ecosistemi!!!!!!…..
Da: chisraaaa su 18 febbraio 2011
alle 9:08 pm